Estetica cut-up, immagini ritagliate grossolanamente, stampa dalla grana visibile e imperfetta, carta a volte ruvida a volte sottilissima: abbiamo appena descritto una zine e, probabilmente, causato un moto di nostalgia a chiunque sia cresciuto fra gli anni ’80 e ’90, all’apice di questo formato comunicativo. Oggi, quello che un tempo era dettato dalla necessità di produrre contenuti con pochissimi mezzi economici è diventato un codice estetico preciso e ricercato, capace di parlare alla Generazione Z meglio di qualunque banner digitale.
Il ritorno delle zine
Da anni si sente ripetere che la carta stampata sta morendo. ma i dati ci raccontano una storia molto diversa. Secondo Google Trends, le ricerche legate alle zine crescono in modo costante, con picchi significativi in coincidenza con eventi come l’International Zine Month, che si celebra a luglio e testimonia la rinata passione per questo tipo di pubblicazione. Fiere dedicate come la LA Zine Fest e la Brooklyn Zine Fest registrano affluenze record. Con migliaia di visitatori che animano le edizioni annuali di Mag To Ag, evento internazionale che raccoglie gli editori di magazine indipendenti e i loro fan, è innegabile che i media cartacei stiano trovando terreno fertile tra la Gen Z.
Nel Regno Unito, alcune biblioteche pubbliche hanno aperto collezioni permanenti di zine, custodendo le reliquie dell’era punk e alimentando una nuova generazione di creatori attraverso conferenze e workshop. Questi spazi proliferano nelle città universitarie: a Penryn, sede degli studenti d’arte della Falmouth University; a Brighton, dove si radunano i laureati in musica; e a Glasgow, terreno fertile per i candidati al Turner Prize.

A qualcuno sembrerà strano che la Gen Z, nata e cresciuta fra i contenuti digitali, vada a riscoprire non solo la stampa, ma anche quell’estetica fai-da-te che ci ricorda quando la tecnologia era molto meno avanzata di oggi. Eppure non c’è niente di più normale: proprio perché gli schermi sono la quotidianità, è normale che i giovani e i giovanissimi si rivolgano alla stampa per ritrovare la magia e l’emozione. I feed frenetici dei social, con le immagini perfette, quasi tutte con lo stile patinato dell’IA, producono un effetto di saturazione. La zine, con la sua ruvidità voluta e la sua fisicità, è l’opposto esatto.
Dalle fanzine punk a oggi: la storia di un’estetica
Le zine nascono negli anni ’30 come pubblicazioni autoprodotte dagli appassionati di un genere preciso: la fantascienza. All’epoca, infatti, non c’era moltissimo spazio nell’editoria ufficiale per questo tipo di fiction speculativa, che non di rado era sospettata di avere anche connotazioni sovversive e, in generale, si considerava letteratura di scarso valore, indegna del prestigio dei libri e delle riviste letterarie “serie”. Le zine diventano poi strumento politico negli anni ’70, quando il punk le adotta come mezzo di comunicazione contro l’establishment: grafica ritagliata, slogan stampati a caratteri irregolari, ottenuti tagliuzzando giornali e riviste, inchiostro con abbondanti sbavature e l’estetica ruvida del ciclostile. Negli anni ’90 il movimento Riot Grrrl le usa per veicolare messaggi femministi fuori dai canali tradizionali.
Oggi una nuova generazione di zine dedicate ad argomenti come lo streetwear e la musica, il lettering nella street art e lo skateboarding sta emergendo mentre la Gen Z definisce una nuova era della stampa. Piccole tirature per veri appassionati, strumenti di attivismo, oggetti da collezione che puntano a valorizzare il contenuto e fanno solo finta di ignorare l’estetica, inventando di fatto lo shabby chic della grafica editoriale. Il tutto si accompagna ad altri formati che vivono nello stesso ecosistema di autoproduzione artistica e culturale, come poster, locandine di concerti, ma anche flyer e pieghevoli di poche pagine.
Quello che accomuna tutte le epoche delle zine, infatti, è proprio l’estetica: grana, imperfezione, colori densi e saturi o rigoroso bianco e nero, tipografia irregolare. Quello che un tempo era necessità dovuta alla scarsità dei mezzi, oggi è un linguaggio grafico che viene deliberatamente ricercato sia dalla Gen Z sia da chi desidera parlare al pubblico dei più giovani.
Perché la Gen Z sceglie la carta
In un mondo dominato dalla gratificazione digitale istantanea, dove i trend su TikTok nascono e muoiono in un giorno, la Gen Z sta guidando una rinascita delle esperienze analogiche e tattili, che possono durare settimane, mesi, anni. Il fenomeno segue la stessa traiettoria della rinascita dei dischi in vinile e delle macchine fotografiche analogiche: il supporto fisico porta con sé un valore che il file digitale non trasmette, perché lo si può toccare, conservare, tenere in casa, ma anche perché l’atto fisico di acquisirlo implica un’interazione reale.
La Gen Z è tornata ad acquistare riviste e pubblicazioni cartacee e anche, in molti casi, a partecipare attivamente alla loro creazione. Grazie a questo movimento, le zine si stanno evolvendo, plasmate da una generazione determinata a produrre oggetti tangibili che bypassino le piattaforme digitali, percepite come sempre più ostili, controllate e scarsamente originali.
Una zine può essere qualsiasi cosa: una lettera d’amore, un fumetto, un taccuino tascabile. È questa libertà di forma, unita alla concretezza fisica, a renderla irriducibile a qualunque formato digitale.

L’estetica delle zine
Per brand e creator che vogliono parlare alla Gen Z, la zine è uno strumento di comunicazione importantissimo, con un proprio codice estetico riconoscibile: colori piatti, pochissimo spazio per la sfumatura, texture di stampa visibili, composizioni asimmetriche, caratteri tipografici che rimandano alla fotocomposizione degli anni ’70 e ’80. L’industria lo ha già capito: i-D magazine è tornata in edicola, Nylon Magazine ha ripreso la stampa, e brand come Chanel, Dior e Armani hanno lanciato proprie pubblicazioni cartacee come piattaforme di narrazione e espressione creativa.
La produzione di zine oggi raramente è puramente analogica. Strumenti di design digitale avanzato vengono usati per costruire layout complessi, mentre plugin specifici replicano effetti tipici della stampa analogica che evocano la xerocopia anni ’90. Raggiungere la Gen Z con una zine stampata significa scegliere un canale che questo pubblico percepisce come autentico, tanto che ormai l’estetica DIY vintage, la carta non patinata, gli inchiostri saturi, e le finiture grezze vengono replicate nelle tipografie professionali, per creare un prodotto finito che mantenga la ruvidità voluta senza rinunciare alla qualità di stampa.
Che si tratti di una tiratura ridotta per un evento, di un lookbook per un brand di moda indipendente o di un notiziario per una community di nicchia, la zine stampata professionalmente con un’estetica vintage è oggi uno degli strumenti editoriali più efficaci per intercettare un pubblico giovane che ha smesso di fidarsi delle superfici troppo levigate. Per chi produce cartoline e materiali promozionali, adottare questo linguaggio grafico significa aprirsi a un mercato in piena espansione.